The National Times - Gentiloni, forse due anni di Trump hanno reso Ue più forte

Gentiloni, forse due anni di Trump hanno reso Ue più forte


Gentiloni, forse due anni di Trump hanno reso Ue più forte
Gentiloni, forse due anni di Trump hanno reso Ue più forte

Bruxelles ha davanti due o tre sfide importanti

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"Questa settimana verranno affrontate alcune scelte fondamentali soprattutto quelle più economiche legate alla competitività dell'economia europea e al completamento del mercato unico ai famosi rapporti di Mario Draghi e Enrico Letta. Se l'Europa fa anche un passo in avanti su questo terreno penso che alla fine potremo dire che due anni di Trump hanno contribuito a rafforzare l'Unione Europea più di vent'anni di dibattiti tra di noi". A sostenerlo è Paolo Gentiloni, ex commissario europeo e premier italiano, a margine di "Oltre il disordine: verso la costruzione di nuovi equilibri globali", anteprima del IV Open Dialogues for the Future, organizzato dalla Camera di Commercio Pordenone-Udine. "La commissione ha due o tre sfide davanti - ha proseguito Gentiloni - una riguarda la politica energetica, l'altra gli investimenti in quelle aree tecnologiche in cui l'Europa è in ritardo nei confronti di Stati Uniti e Cina. La più evidente è la terza, che è un po' orizzontale e riguarda il modo in cui tutto questo si può finanziare. Penso che l'Italia potrebbe dare un contributo in questa direzione non soltanto assecondando queste politiche comuni europee, ma insistendo sul fatto che vanno finanziate con titoli comuni in euro", ha concluso Gentiloni

D.S.Robertson--TNT

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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