The National Times - Bnl, utile lordo 2025 sale del 19,4% a 819 milioni

Bnl, utile lordo 2025 sale del 19,4% a 819 milioni


Bnl, utile lordo 2025 sale del 19,4% a 819 milioni
Bnl, utile lordo 2025 sale del 19,4% a 819 milioni

Nel quarto trimestre risultato frena (-8%) con calo margine

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Bnl banca commerciale (gruppo Bnp Paribas) chiude il quarto trimestre con un utile pre tasse in calo a 151 milioni di euro (-8,1%) e un risultato annuale di 819 milioni, in aumento del 19,4% rispetto al 2024. L'istituto di credito, si legge nella nota sui conti del gruppo, ha "messo a segno un buon controllo delle spese operative e un costante miglioramento del profilo di rischio". Nel quarto trimestre i depositi sono risultati stabili (-0,6% rispetto allo stesso trimestre 2024) e gli impieghi creciuti dello 0,5% con un aumento di quelli corporate e un ribasso per i mutui in seguito "a un approccio più selettivo nei finanziamenti". La raccolta netta del private banking è ammontata a 1,1 miliardi di euro. Il margine di intermediazione ha visto un ribasso del 4,7% a 692 milioni negli ultimi tre mesi del 2024. Sempre per lo stesso periodo la banca segnala anche il calo del margine di interesse netto "dovuto alla pressione competitiva nei depositi corporate e nei mutui. In calo le commissioni bancarie parzialmente compensata da quelle finanziarie". Le spese operative sono scese del 3,9% a 443 milioni in seguito di misure di risparmio strutturali.

G.Morris--TNT

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L’Ucraina distrugge le esportazioni russe di petrolio del terrore

La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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